
Durante questa settimana ci sono stati e ci saranno dei dati molto importanti da prendere in considerazione. Ad esempio, ci sono quattro riunioni di politica monetaria delle varie banche centrali. Ieri è stata la volta della RBA, la banca centrale australiana, che ha deciso di mantenere invariato il tasso di interesse, domani invece è il turno della BoJ, della BoE e della BCE. Sappiamo già i tassi BCE saranno molto probabilmente rialzati. Trichet nella conferenza stampa presumibilmente dirà che la BCE manterrà la vigilanza sull’andamento della situazione, nonostante l’economia della zona euro sia lontana dal vedere degli effetti realmente positivi, soprattutto in considerazione del vero pericolo, che sono i salari.
Due le differenze principali tra la metodologia della Fed e quella della BCE, che meritano uno studio più approfondito. Il primo e forse più semplice pensiero è la messa a fuoco della Fed sull’utilizzo della capacità produttiva. Sia gli Stati Uniti che la zona euro hanno un eccesso di capacità. L’OCSE dice che la zona euro è operativa al 3,5% al di sotto della capacità.
Una banca centrale dovrebbe preoccuparsi dell’inflazione solo se la capacità in eccesso si riduce, il che suggerisce un aumento del prezzo di merci e del lavoro. La BCE si preoccupa poco della capacità in eccesso, mentre la Fed se ne preoccupa molto.
La seconda differenza è l’atteggiamento verso i prezzi delle materie prime. La maggior parte delle banche centrali hanno scelto di ignorare i prezzi delle materie prime, come cibo e petrolio, perché sono troppo volatili e perché una banca centrale non può adottare provvedimenti di compensazione.
Effettivamente il costo di acquisto della benzina e del cibo non sono legati alle decisioni delle banche centrali. Il problema reale è l’atteggiamento in sé. Da un lato, i prezzi delle materie prime si muovono in trend. Essi possono essere volatili, ma lo sono allo stesso modo degli altri prezzi del mercato finanziario, dunque secondo un trend.















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